Notizie e opinioni valtiberine e confronti con quello che avviene a nord dell'Appennino e Oltralpe.
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Nome: Manuele Brizzi
Sostenitore della libera espressione, del confronto e del dibattito...alla perenne ricerca della verità ! Sono amante del progresso in opposizione al conservatorismo retrogrado e al moralismo ipocrita. Mi batto per lo sviluppo della Nazione, sia economico che civico, opponendomi a chi la vuole di secondo rango. Sono estremamente contrario ad ogni forma di inciviltà e trasgressione, promuovendo la linea dura e la tolleranza zero verso chiunque! Credo che il connubio tra senso civico e bene comune porti, di conseguenza, al benessere individuale! Indago nell'animo umano e ricerco un compromesso sociale che permetta il quieto vivere per tutti! Credo nella forza dell'io interiore e nel raggiungimento di ogni meta..tranne che nell'amore dove al massimo si può contribuire al 50%!Ricordatevi: "Chi la dura la vince!" come disse A.Borin. Un saluto convinto! Manuele Brizzi, dottore magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche e master MBA.
N.B.: questo Blog è fondato sulla libera espressione e i suoi contenuti fotografano lo stato d'animo di coloro che partecipano, ma non hanno lo scopo di incidere sulla mentalità dei lettori; per ogni eventuale conseguenza di ciò, il blog non si assume, quindi, alcuna responsabilità . Vento del Nord, inoltre, non può considerarsi una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non è pertanto un editoriale. Ex L.62 7/3/2001.
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Guardando la realtà dei fatti, ecco la traduzione in tragicomico di quanto è accaduto in questi giorni con Alitalia
L'annuncio della morte dello stabilimento Buitoni di Sansepolcro
Era il 2006, e la multinazionale svizzera parlava di probabile cessione dello stabilimento Buitoni di Sansepolcro alla TMT Finance di Angelo Mastrolia. Le proteste delle autorità locali, unite alle serrate degli operai, che vedevano tale ipotesi come la fine dello stabilimento, bloccò l'operazione. All'inizio di maggio del 2008, la multinazionale svizzera fu perentoria: Nestlé resterà proprietaria del marchio, ma non dello stabilimento. I concorrenti in lizza furono tre: Fabianelli di Castiglion Fiorentino, Colussi di Bastia Umbra e TMT Finance, della Campania, del famigerato Angelo Mastrolia, tanto temuto in queste zone. Quest'ultimo pare un esperto in "scatole cinesi", per questo tutti vogliono evitarlo. Questi acquistò un pastificio ad Eboli, che inizialmente possedeva una forza lavoro pari a circa 350 dipendenti; oggi gli operai sono appena 40 e lo stabilimento sta per essere venduto. Fin dai primi di maggio tutte le autorità locali, da quelle regionali a quelle comunali, coinvolgendo sia la Toscana che l'Umbria, si sono mostrate contrarie alla cessione da parte di Nestlé a Mastrolia. Molti accordi sono stati presi, a livello politico, con gli imprenditori locali e con Colussi e Fabianelli, e questi ultimi hanno cercato di presentare credibili piani di rilancio, con buoni risvolti occupazionali. Tutti i tentativi sono stati compiuti, fino agli scioperi ed ai cortei degli operai contro la vendita a TMT Finance. Invece la mutlinazionale svizzera vuole vendere a tutti i costi lo stabilimento a Mastrolia, giudicando possibile solo tale offerta. Oggi Nestlé Italiana ne ha dato conferma definitiva. La rabbia dei 450 dipendenti è all'estremo: il loro posto di lavoro è seriamente compromesso. La Buitoni di Sansepolcro ha ormai le ore contate. La Nestlé ha voluto giocare sporco, del resto si trova in terra straniera, e le autorità locali hanno espresso dei pareri tali da preferire la chiusura immediata dello stabilimento, invece di assistere a vane tranquillizzazioni e a spettacolari colpi di teatro che ci fanno vedere, piano piano, quanto seriamente temiamo. La Buitoni è stata fondata proprio a Sansepolcro, nel lontano 1827 ed ha raggiunto il numero di 2000 dipendenti nel 1936. La città è cresciuta attorno a quest'azienda, sia per l'indotto che per cultura, e purtroppo, a causa delle crescenti ed esagerate pressioni sindacali, è stata venduta nel 1980 dalla famiglia Buitoni stessa; e a chi? A Carlo de Benedetti, il quale, come ha fatto con tutte le aziende, l'ha privata delle prospettive future, rivendendola, come merce, a Nestlé, nel 1988. L'azienda dall'80 ad oggi si è ridotta ad un semplice stabilimento produttivo che come output offre pasta e prodotti da forno. Un semplice mega-stabilimento, semi-blindato dai sindacati e rimasto ancorato al passato, alla vetusta logica del dualismo operaio sfruttato/imprenditore sfruttatore. Una logica che è diventata a poco a poco fatale per l'azienda. Ora, con la cessione da parte di Nestlé a TMT Finance, senza voler procurare allarmismi, si vuole cancellare le inutili speranze: la Buitoni è morta, l'unica soluzione è una presa di posizione immediata contro Nestlé e TMT Finance da parte delle autorità e degli operai, se lo desiderano. Ecco intanto dei commenti, comparsi oggi sul quotidiano "La Nazione", espressi, dopo la notizia, durante l'incontro tra le autorità, a Firenze:
Onorevole Maurizio Bianconi (PdL)
Con un colpo di teatro nell’incontro di questa mattina in Regione, svanisce l’ipotesi Colussi e viene riproposta come unica soluzione l’ipotesi Mastrolia. Il percorso della Nestlè, già sospettato da mesi, a questo punto è chiaro: “ non si cerca un’acquirente ma chi al posto di Nestlè assuma le decisioni più drastiche”. Gioco scoperto ed evidente al quale è doveroso reagire nelle istituzioni e nel territorio con una mobilitazione generale.Ogni uno si assuma le sue responsabilità. Se Nestlè vuole chiudere lo stabilimento di Sansepolcro lo faccia pagandone le conseguenze.Ma nessuno si può prestare al gioco di fare uscire la multinazionale con le mani formalmente pulite da questa vergognosa operazione.
Angela Notaro, consigliere regionale toscano An
Al fianco dei 450 lavoratori dello stabilimento Buitoni di Sansepolcro e contro l’incapacità della Regione Toscana di tutelare efficacemente occupazione e territorio: questa la posizione assunta dal consigliere regionale toscano di Alleanza Nazionale, Angela Notaro a seguito del vero e proprio colpo di teatro andato in scena oggi al tavolo regionale che doveva, stando alle cronache, semplicemente definire il passaggio dell’azienda da Nestlè a Colussi. Invece, sorpresa, torna sulla cresta dell’onda Mastrolìa come unico interlocutore.
«Tra tutte le ipotesi apparse fin da subito come praticabili – commenta Notaro – trovo incredibile che l’interessamento della Regione Toscana alla vicenda Buitoni non abbia potuto fare altro che riproporre quella legata a Mastrolìa, lo stesso Mastrolìa che, dopo aver acquisito lo stabilimento Buitoni di Eboli, lo sta proprio adesso smantellando e rivendendo. Lo stesso Mastrolìa verso cui, proprio per questo motivo, i sindacati e i lavoratori dello stabilimento biturgense avevano manifestato tanti timori». Timori fondati, tra l’altro, secondo Notaro: «E’ difficile non immaginare ora che l’azienda di Sansepolcro sia, nei disegni di Mastrolìa, destinata al medesimo futuro di quella di Eboli. E’ questo che terrorizza a buon titolo i 450 lavoratori e le loro famiglie. Per non parlare di tutto l’indotto produttivo di cui Buitoni è storicamente il motore primo, così come lo è per l’economia della Valtiberina. Rischiamo di perdere tutto, impoverendo il territorio e generando contraccolpi economici difficilmente gestibili sia nella vallata che in tutta la Toscana e in Umbria. Ancora una volta – conclude Notaro – prendo atto con rammarico di come la Regione Toscana si sia lasciata sfuggire l’opportunità di risolvere positivamente un problema che pareva aver raggiunto un traguardo soddisfacente. E non era certo questo il motivo per cui io stessa, insieme ai lavoratori e al sindaco di Sansepolcro, avevo chiesto che la Regione intervenisse nella vertenza».
Il comportamento degli Occidentali visto da Filippo Facci de "Il Giornale" (Inviata da Andrea Borin e da Francesco Adami)
L'Ipocrisia dell'Occidente
Non è disfattismo pensare che per il Tibet, in concreto, non si farà nulla o ci si limiterà a spiegare ciò che non va fatto. Si invoca il boicottaggio delle Olimpiadi (che non verranno mai boicottate) come se maratoneti e lanciatori di giavellotto potessero affrontare moralmente ciò che l’Onu diserta politicamente: l’Occidente finge di appoggiarsi alla speranza che l’evoluzione del mercato cinese possa portare alla democrazia, ossia che alle libertà economiche possano equivalere quelle politiche. Eppure, secondo molti osservatori, il problema cinese è giusto il contrario. A Pechino, liberalizzando e democratizzando, temono di mettere a rischio la crescita economica.
Tornando alle piccole cose italiche, vediamo che le timide reazioni nostrane sono sintomatiche: hanno reagito d’impulso, dopo le prime notizie dal Tibet, solo i ruspanti della Destra e della Lega; Gianfranco Fini, Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti di converso hanno fatto invocazioni di circostanza che in concreto sono nulla, con l’eccezione del candidato sindaco Gianni Alemanno che ha prospettato il boicottaggio olimpico. Anche l’appello del Presidente della Repubblica, che invoca «un’iniziativa europea», in buona sostanza, chiede che del problema si occupino altri. Il cinismo commerciale di certo Occidente, se fosse una persona, assomiglierebbe terribilmente a Romano Prodi. L’esempio del Dalai Lama è lampante. Nel dicembre scorso, quando da capo del governo non volle incontrare il capo spirituale tibetano, Prodi disse così: «Ho la responsabilità di un Paese e devo rendermi conto delle conseguenze delle mie azioni: il Dalai Lama in fondo non l’avevamo neanche invitato, e comunque la ragion di Stato esiste». Nell’ottobre 2006, nondimeno, Prodi mancò a un altro incontro col Dalai Lama prima di recarsi in visita ufficiale in Cina. E arrivederci.
Berlusconi per ora tace, anche se avrebbe buon gioco nel ricordare che da capo del governo, nel 1994, ricevette il Dalai Lama senza che l’import-export con la Cina andasse per forza in frantumi. Parte della sinistra invece non riesce a non strizzare l’occhio a un’economia che potrebbe sbaraccare quella statunitense, e sarà per questo, nel dicembre scorso, che tra i Comunisti italiani non c’era neanche un firmatario tra i 285 parlamentari che chiesero un ricevimento ufficiale per il leader tibetano; di Rifondazione comunista, poi, firmarono solo in due. Il nostro Paese ne uscì come un paesaggio di mezze stature e di piccoli interessi, per quanto nei mesi precedenti gli Usa avessero appigliato al Dalai Lama la medaglia d’oro del Congresso e nonostante lo stesso avessero già fatto Canada, Austria e Germania: lo Stato guidato da Angela Merkel, notare, era e resta il primo Paese europeo per interscambio con la Cina. Ma non ebbe paura.
Ciò posto, gli Usa non possono rinunciare ai prodotti cinesi a basso costo e gli investitori cinesi se sparissero farebbero tracollare il Paese; l’Europa, manco a dirlo, ha nella Cina il principale partner commerciale. Di fronte a questo, i diritti umani valgono un fico secco. Nessuno azzarda l’inversione dei ruoli; ossia che anche Pechino non possa permettersi di azzerare l’interscambio commerciale con l’Occidente. Il Tibet non è un problema, giacché l’economia occidentale, in passato, non si è fatta condizionare da ben altro: dai dati sulla pena di morte in Cina, dalle notizie sugli organi espiantati e rivenduti senza il consenso dei familiari, dalle torture, dai religiosi ammazzati, dai dissidenti imbottiti di psicofarmaci, dai lager dove milioni di uomini imprigionati alimentano un'economia anche fondata sullo schiavismo. Nessuno, per ora, ha seriamente condannato la Repubblica Popolare Cinese per la sua produzione industriale e manifatturiera operata nei lager, la stessa schiavitù impiegata, ora, per preparare le mirabolanti strutture olimpioniche che vedremo l’estate prossima.
Nessuno ha seriamente da dire neppure sui lavoratori non forzati: nelle imprese private cinesi, a fronte di paghe ridicole e di ferie praticamente inesistenti, le ore straordinarie sono obbligatorie e forfettizzate; la cifra è la stessa che si tratti di venti minuti o di dieci ore. I salari sono spesso pagati in ritardo per giornate che vanno dalle 10 alle 12 ore, e i regolamenti sono da pazzi: capita che ai lavoratori sia vietato di parlare nelle ore di lavoro e anche durante i pasti, mentre in caso di negligenza è previsto licenziamento e pene corporali. Ai lavoratori spesso è vietato sposarsi e avere figli. Se licenziati, spesso, non ricevono alcuna indennità e solo una minima parte della pensione. In Cina non si può certo parlare di cure sanitarie, e i licenziati possono vedersi negare l’accesso all’educazione scolastica dei figli: da qui una maggior tolleranza per il lavoro minorile e nondimeno per una spaventosa quantità di ragazzini morti sul lavoro. Resta inteso che i sindacati indipendenti sono proibiti. Non è chiaro quanto possa durare tutto questo: ma è ben evidente che a un possibile tracollo della Cina saranno egualmente impreparati Bruxelles come Pechino.
Filippo Facci
www.ilgiornale.it
Parodia: la metafora de "La Cicala e la Formica", in Italia
VERSIONE CLASSICA
La formica lavora tutta la calda estate; si costruisce
la casa e accantona le provviste per l'inverno.
La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica
sia stupida; ride,danza, canta e gioca tutta l'estate.
Poi giunge l'inverno e la formica riposa al caldo
ristorandosi con le provviste accumulate mentre la
cicala trema dal freddo, rimane senza cibo e muore.
VERSIONE AGGIORNATA
La formica lavora tutta la calda estate; si costruisce
la casa e accantona le provviste per l'inverno.
La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica
sia stupida; ride,danza, canta e gioca tutta l'estate.
Poi giunge l'inverno e la formica riposa al caldo
ristorandosi con le provviste accumulate.
La cicala tremante dal freddo organizza una conferenza
stampa e pone la questione del perché la formica ha il
diritto d'essere al caldo e ben nutrita mentre altri
meno fortunati muoiono di freddo e fame.
La televisione organizza delle trasmissioni in diretta
che mostrano la cicala tremante dal freddo nonché
degli spezzoni della formica al caldo nella sua
confortevole casa con l'abbondante tavola piena di
ogni ben di Dio.
I telespettatori sono colpiti dal fatto che, in un
paese così ricco, si lasci soffrire la povera cicala
mentre altri vivono nell'abbondanza.
I sindacati manifestano davanti alla casa della
formica in solidarietà della cicala mentre i
giornalisti organizzano delle interviste domandando
perché la formica divenuta così ricca sulle spalle
della cicala ed interpellano il governo perchè aumenti
le tasse della formica affinché essa paghi la sua
giusta parte.
In linea con i sondaggi,il governo redige una legge
per l'eguaglianza economica ed una (retroattiva
all'estate precedente ) anti discriminatoria.
Le tasse sono aumentate e la formica riceve una multa
per non aver occupato la cicala come apprendista, la
casa della formica viene sequestrata dal fisco perchè
non ha i soldi per pagare le tasse e le multe: la
formica lascia il paese e si trasferisce in
Liechtenstein.
La televisione prepara un reportage sulla cicala che,
ora ben in carne, sta terminando le provviste lasciate
dalla formica nonostante la primavera sia ancora
lontana.
L'ex casa della formica, divenuto alloggio sociale per
la cicala, comincia a deteriorasi nel disinteresse
della cicala e del governo.
Sono avviate delle rimostranze nei confronti del
governo per la mancanza di assistenza sociale, viene
creata una commissione apposita con un costo di 10
milioni.
Intanto la cicala muore di overdose mentre la stampa
evidenzia ancora di più quanto sia urgente occuparsi
delle ineguaglianze sociali; la casa è ora occupata da
ragni immigrati.
Il governo si felicita delle diversità multiculturali
del paese così aperto e socialmente evoluto.
I ragni organizzano un traffico d'eroina, una gang di
ladri, un traffico di mantidi prostitute e
terrorizzano la comunità.
Il partito della sinistra propone l'integrazione
perché la repressione genera violenza e violenza
chiama violenza....
Inviata da Francesco Adami e da Diego de Blasi
Voglia di Griffes e salari ancora in lire
La società italiana ha drasticamente ridotto i consumi, a causa delle ormai croniche difficoltà economiche e del problema di "arrivare alla terza settimana", come i nostri politici dicono con ipocrisia, durante i dibattiti elettorali. La tradizionale propensione al risparmio degli Italiani, che nei decenni passati li ha visti come tra i più virtuosi popoli del mondo in termini di risparmio e capitale privato (basti pensare che l'83% degli Italiani ha una casa), è calata notevolente a partire dall'introduzione dell'euro, per cause diverse. Innanzitutto il mancato monitoraggio dei prezzi in seguito all'introduzione della Moneta Unica, ha provocato un'inflazione del 40% nel solo 2002, ben camuffata da un indice ISTAT quasi "fraudolento", il quale, calcolando l'indice panieri di beni ormai in disuso, ed introducendo prodotti ad alto contenuto tecnologico, ma ancora ben poco acquistati dalla massa, ha dato luogo ad una media ponderata di solo il 2,8%. Negli ultimi anni sono radicalmente cambiati i costumi: tutti siamo stati influenzati dalla corsa ai consumi della seconda metà degli anni '80, per poi sfociare nella ricerca delle griffes, tipica degli anni '90, per approdare ad un maniacale e paranoico gusto dell'apparenza, classico dei giorni nostri, dove per realizzare tali scopi occorre per forza un esborso spaventoso di denaro. Sempre più Italiani vestono abiti firmati, spesso in contraddizione con il tipico buon gusto e con l'eleganza tradizionale, che prevede un buon abbinamento di colori. Sempre più giovani si vestono abbinando disordinatamente capi dai colori distonanti, seguendo quasi la moda "random" dei paesi anglo-sassoni, ma passando per "fighetti", soprattutto per le "senzacervello teenagers", poiché indossano abiti dalle firme costosissime e alla moda. Molti sono convinti che abiti con firme che fanno decuplicare i prezzi, siano di qualità eccellente rispetto agli altri, quando invece i loro prezzi sono dovuti esclusivamente ai costi di marketing e advertising, all'importanza del brand nel settore in quel dato momento, mentre la differenza tra il costo dei materiali di qualità e quello dei materiali scadenti è quasi marginale, incidendo sul conto economico delle aziende solo in termini di grandi volumi di produzione. Nel panorama economico italiano troviamo così famiglie che non arrivano a fine mese e giovani che lavorano, ma che vivono ancora in famiglia, senza né pagare bollette, né fare la spesa, che "tirano su l'economia" delle grandi firme e dei locali notturni, sperperando interamente il loro stipendio. La società italiana sta veramente cadendo in contraddizione e il denaro sta acquistando un valore di status anche tra i giovanissimi. Probabilmente la mancata propensione al risparmio degli ultimi anni deriva anche dal crescere dell'inflazione, dall'aumento smodato di prezzi di diversi generi e dei settori energetico-trasportistici, mentre i salari sono fermi. In parole povere sta accadendo, soprattutto tra i giovani, quello che avveniva nella Germania di Weimar, in un periodo di iper-inflazione: tutti cercano di spendere il più possibile ora per acquistare certi prodotti, il cui costo rischia di aumentare vertiginosamente da un momento all'altro. L'introduzione della Moneta Unica prevede inoltre il patto di Stabilità, per cui non si può ricorrere all'incremento della spesa pubblica e a politiche inflazionistiche, quindi, nella situazione italiana sta crescendo paurosamente il divario tra ricchi e poveri, tra dipendenti e liberi professionisti o datori di lavoro. Chi possiede un negozio o un'impresa non sconta più di tanto l'introduzione dell'euro o l'aumento dei prezzi dei beni di consumo, oppure la forte diminuzione dei tassi d'interesse sui depositi bancari: questi può benissimo adeguare i prezzi, annullando così le perdite. I dipendenti, invece, si ritrovano con i salari ancora in lire, fermi al 2000, con un potere d'acquisto ormai ridotto del 50%-60%! Un paese non può assolutamente andare avanti così. Rischia di diventare uno Stato del Quarto Mondo, dove vi è un 10-15% della popolazione con un reddito alto, mentre tutto il resto che vive al di sotto della soglia di povertà. La situazione in Italia è poi destinata a peggiorare ulteriormente: come riportano gli articoli del New York Times, l'Italia è un paese proiettato nel passato, senza fiducia verso il futuro, caratterizzato da un forte individualismo, da assenza di interesse per l'attualità, da apatia verso la politica, mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni e assenza di interesse per la cosa pubblica e per il senso civico. In poche parole siamo un paese in forte declino, dove è assente una classe politica vera, dove quella attuale è sclerotica, inefficiente ed arrivista, e dove la criminalità organizzata si è ormai impossessata delle istituzioni e del diritto. Sarebbe bene che gli Italiani riflettano sulla loro situazione economica personale e sul futuro dell'Italia, che rappresenta il nostro futuro, soprattutto ora che si stanno avvicinando le elezioni, una nuova occasione di rinnovamento e di mandare a casa il Vecchio, il Vetusto, il Corrotto e il Vecchio che si spaccia per Nuovo!
Sviluppare l'Italia a partire dalla P.A. e dal Sud
Ultimamente vi sono accesi dibattiti sulla modernizzazione del paese, affinché possa permettergli di evitare il baratro più totale. In questo momento siamo già nel baratro, ma stiamo sprofondando negli abissi, nonostante i linguaggi del politichese parlino di "ricette che permettino all'Italia di tornare a correre". L'Italia ha urgenza di salvarsi dal suo decesso definitivo, e questo non può che avvenire nei seguenti modi:
_Riduzione delle leggi: "Poche ma buone".
_Eliminazione della burocrazia ed introduzione dell'Information Technology nella Pubblica Amministrazione. (Riduzione della burocrazia dovuta anche alla forte riduzione-razionalizzazione delle leggi, che al momento paralizzano l'economia, lo sviluppo e che danno lavoro solo alle svariate lobbies e corporazioni).
_Eliminazione di carrozzoni come le Province, devolvendo i compiti "federali" alle Regioni.
_Repressione della criminalità con sistemi tecnologicamente avanzati, impedimento anche armato dell'accesso nel territorio italiano (anche marittimo e aereo) di ogni clandestino, di qualsivoglia paese, razza, etnia, religione e lingua.
_Certezza della pena e garanzia del diritto: "chi è colpevole paghi, chi è onesto sia tutelato".
_Ricerca ed innovazione, raccolta differenziata ed introduzione massiccia di fonti di energia alternativa e rinnovabile, e di sistemi di telecomunicazione efficienti e gratuiti (Voip, Wi-Fi, Wi-Max).
_Eliminazione delle lobbies: i privilegi devono seguire una logica meritocratica.
_Flessibilità dei salari, con incentivi alle imprese, ai giovani imprenditori, ai neolaureati in cerca di occupazione e alle famiglie con almeno 3 componenti ed un solo salario.
_Monitoraggio attento e costante sui prezzi, in maniera che sia rispettata la proporzione aumento del prezzo < o = aumento dei salari di ogni categoria.
_Eliminazione dei corsi di laurea inutili allo sviluppo del paese e professionalizzazione delle Università, in maniera da eliminare lobbies, caste e corporazioni, e quindi, esami di stato per l'iscrizione all'ordine.
_Liberalizzazione dei monopoli: trasporti, energia, costruzioni, servizi.
_Militarizzazione e videosorveglianza del territorio al fine di prevenire la criminalità ed il vandalismo.
_Politiche adeguate dei trasporti, dell'urbanistica e delle infrastrutture, che tengano conto della domanda, della frequenza d'utilizzo e delle caratteristiche morfologiche del territorio.
_Manutenzioni continue.
Tra tutte queste ricette a cui molti italiani auspicano, ma delle quali (e solo di alcune di esse) si è solo sentito parlare inutilmente, in termini di pura demagogia e comunicazione elettorale, spicca un articolo comparso sul "Corriere della Sera", sezione Economia, del 4 Febbraio scorso. E' una proposta di sviluppo del Sud-Italia, considerabile sempre più come la nostra "India", avendo le caratteristiche congiunturali simili a quelle di un paese del Terzo Mondo, e di cui è per questo possibile cogliere le opportunità: abbassare il costo della manodopera nel Sud, in maniera da permettere a molti imprenditori di delocalizzare la produzione in regioni sempre italiane, invece di emigrare all'estero. Sarebbe un ottimo sistema per creare sviluppo ed occupazione in una vasta area dell'Italia, dove attualmente la quasi totalità dei giovani è costretta ad emigrare, cercando di formarsi al Nord, per poi cercare dei legami col mondo del lavoro settentrionale, oppure andando perfino a fare i camerieri in Gran Bretagna e in Irlanda. Fare Out-sourcing nel Meridione è meglio che trasferire interi stabilimenti nell'Est-europeo o in Oriente, lasciando poi migliaia di senza-lavoro nel nostro paese, e privando l'Italia dei suoi vari Know-How acquisiti dopo molti anni di esperienza e fatiche. MB
L' intervista Il presidente di Confindustria servizi indica una tabella di marcia per rilanciare il terziario, anche nelle aree più depresse
«Il Sud può essere la nostra India»
L' analisi di Tripi: «Regioni ricche di talenti. Ma servono incentivi automatici per le aziende»DI ISIDORO TROVATO
Più che una ricetta per tornare a correre all' Italia servirebbero dei buoni consigli per non ritrovarsi seduta. Potrebbe essere sintetizzata così la previsione per il futuro prossimo venturo della nostra impresa da parte di Alberto Tripi, presidente di Confindustria servizi. «I dati - afferma Tripi - dicono che il nostro settore tiene un' andatura veloce (superiore a quella del resto del paese) ma anche che nel resto del mondo si corre ancora più in fretta». Una buona accelerata al comparto dei servizi innovativi e tecnologici potrebbe darla la pubblica amministrazione che invece risulta ancora poco al passo con i tempi e ancor meno propensa ad adeguarsi. «È il nostro grande cruccio: esistono certe sacche della pubblica amministrazione che si rifiutano di investire in innovazione tecnologica. Basti pensare che gli investimenti pubblici in campo informatico diminuiscono ogni anno dal 4 all' 8 per cento. E questo perché i soldi non spesi con gli hardware (che costano sempre meno) non vengono reinvestiti in risorse umane che possano fare ricerca innovativa e tecnologica». Sorge il dubbio che certe sacche della pubblica amministrazione si oppongano al dilagare della tecnologia perché altrimenti sarebbe più controllabile «È la tesi più accreditata. In pochi sanno che attualmente la tecnologia permetterebbe a ogni cittadino di sapere in tempo reale dov' è la sua pratica, come si chiama l' impiegato che la sta utilizzando e da quando tempo è ferma in un determinato ufficio. Pensate solo a quanto ammonta per le imprese il danno causato dalle lungaggini della burocrazia». A proposito d' imprese, da più parti il Sud Italia viene indicato come la nostra risorsa più efficace, almeno potenzialmente. Ma realtà è ben diversa. «Talenti e risorse umane non mancano, ma ci sono troppe difficoltà ambientale. Il Sud potrebbe rappresentare la nostra India. Ma servono incentivi automatici come il credito d' imposta per chi investe nel mezzogiorno. La velocità con cui crescono i Servizi Innovativi e Tecnologici nel Mezzogiorno indica che, per quest'area puntare sullo sviluppo del settore potrebbe rappresentare una via maestra di qualificazione e crescita dell' economia locale». Ciò in cosa si traduce? «In infrastrutture avanzate integrate con reti a larghissima banda e investire nella formazione considerando, inoltre, che l' elevata soglia culturale e professionale necessaria per svolgere un' attività in questo settore, potrebbe costituire un efficace sbarramento contro le infiltrazioni della criminalità organizzata. E questo è forse il maggior beneficio che lo sviluppo di un' economia dei servizi innovativi potrebbe portare alle regioni Sud». Intanto però cresce, soprattutto tra le Pmi, la consapevolezza di quanto sia importante l' area dei servizi innovativi per gareggiare in maniera più competitiva su qualsiasi mercato. «Per fortuna è vero. Ormai soprattutto le imprese medio piccole (che prime erano le più refrattarie a questo concetto) hanno capito che non esiste più un' economia del manifatturiero senza servizi e viceversa. Il prodotto hard è ormai un mix tra la parte fisica e i servizi. Un concetto che vale ancora di più per chi vuole avvicinarsi a mercati internazionali. per vendere i nostri prodotti all' estero bisogna affiancarli con dei servizi validi: supporto tecnologico, rete vendite capillare, marketing, informatica. Le Pmi hanno ormai ben chiaro che senza servizi tecnologici avanzati le loro imprese avranno vita molto breve». I servizi come asso nella manica per raddoppiare la competitività? «È per questo motivo che molte delle nostre Pmi, dopo aver subito negli anni scorsi una profonda crisi di competitività e quindi una dura selezione, ora grazie a un cambiamento di strategia che privilegia l' innovazione, sono in grado di riaffacciarsi con successo sui mercati internazionali».
Pagina 14
(4 febbraio 2008) - Corriere Economia
Inaugurazione del Minimetrò® di Perugia
(Foto tratta da: www.hintsw.com/index.
Oggi, martedì 29 Gennaio 2008, è una giornata storica per il capoluogo umbro, città collinare con un importante centro storico e che conta ben 170.000 abitanti, con l'aggiunta di una consistente popolazione universitaria. E' una giornata storica soprattutto perché finalmente la "cura del ferro", in atto, pur tra mille difficoltà e polemiche in molte città italiane, si è realizzata anche qui dopo oltre 5 anni di lavori. Oggi, finalmente, proprio nel giorno della festa del patrono, San Costanzo, si prosegue la tradizione della mobilità sostenibile iniziata più di vent'anni fa con le scale mobili all'interno della cinquecentesca Rocca Paolina: alla presenza del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, dell'architetto parigino Jean Nouvel e del sindaco di Perugia Renato Locchi, è stato inaugurato il cosidetto "minimetrò", da cui prende il nome la relativa società di gestione. Si tratta di un'opera singolare, in un certo senso avveniristica, che pone il capoluogo umbro ai vertici nazionali della mobilità alternativa, portando uno sperato rimedio alle difficoltose condizioni del traffico, il quale si inerpica per le strade strette e collinari, fiancheggiate da palazzi storici. La tratta del minimetrò è lunga 3 km, percorribile in 11 minuti, e si sviluppa su viadotti e, nell'ultima parte, in sotterraneo, collegando l'area degli impianti sportivi di Pian di Massiano, dove sorge pure lo stadio Curi, all'acropoli. Il primo tratto è costruito su dei viadotti, mentre sotto la collina, prima di giungere al terminal, da cui si apre il panorama della parte opposta della collina, quella rivolta verso Assisi, si sviluppa una galleria lunga 400 metri. L'impianto è costituito da una sorte di funicolare, ovvero, vi sono fino a 25 vetture della Leitner di Vipiteno, dalla capienza di 50 persone ciascuna, che percorrono su gomma le monorotaie, trainate da una fune comandata da un apparato centrale, situato nei pressi del terminal in cima al centro cittadino. Le vetture sono quindi automatiche, senza un impianto frenante e senza neppure personale di bordo. Vi sono solo addetti nei pressi dell'apparato di controllo, dove sofisticati dispositivi garantiscono il trasporto in condizioni di estrema sicurezza. La metro può fermarsi presso le 7 stazioni semisospese, che collegano i vari quartieri, senza intralciare il traffico, con una frequenza di 1 minuto tra una corsa e l'altra. Nella realizzazione dell'opera, gli ultimi mesi sono serviti a risolvere dei problemi strutturali che rendevano rumorosa l'infrastruttura e che avevano provocato lamentele e il sorgere di comitati di protesta. Il minimetrò è costato ben 95 milioni di euro, ma si spera ne valga la pena. In Italia solo 7 città possiedono il tram, alcune tramvie, come quella fiorentina, sono in fase di realizzazione. Purtroppo i tram sono stati soppressi nelle principali città italiane nei vent'anni successivi al dopoguerra, prediligendo il trasporto pubblico su gomma, in seguito, tra l'altro, ridimensionato. La stessa sorte era toccata alle città francesi, inglesi e spagnole, ma in questi paesi sono da anni in corso rapidi progetti di sviluppo e realizzazione di modernissime linee, in particolare in Francia, con i "citymover" dell'Alstom e della Lohr. In paesi come Germania, Svizzera, Austria e nell'intera Europa dell'ex-blocco sovietico, le linee di tram non sono mai state soppresse e, nel primo di questi, sono presenti in 53 città. Da tali dati, e viaggiando quindi negli altri paesi europei, si nota lo spaventoso ritardo infrastrutturale dell'Italia intera. La metropolitana in questo paese è addirittura presente in appena 6 città, per un totale di 146 km, in parte sotterranei, in parte in trincea e in rilevato: appena la metà dell'estensione delle linee della metro di Madrid. In Italia le città che beneficiano della metropolitana sono Roma, con 39 km di linee, del tutto insufficienti per le esigenze della capitale; Milano, con 74,6 km in esercizio e 8,7 in costruzione; Genova, con 5,2 km; Napoli, con 15,8 km, ed un vasto progetto di trasformazione in metropolitana di lunghi tratti di ferrovie urbane; Catania, con 3,8 km e infine Torino, con la prima metropolitana automatica del nostro paese, con 9,5 km. Le inaugurazioni più recenti sono state la linea 6 della metropolitana partenopea, avvenuta nel gennaio 2007, e gli ultimi 2 km della metro di Torino. In costruzione, attualmente, abbiamo la linea C e la diramazione B1 della metropolitana di Roma, la linea 4 e 5 di Milano e la metropolitana di Brescia, i cui 13 km dovrebbero entrare in esercizio nel 2011. La cura del ferro e della trazione elettrica rappresenta un valore aggiunto enorme, oltre ad essere una sfida rilevante, nei programmi di riduzione dell'inquinamento ambientale ed acustico dei centri urbani, e nella riduzione del traffico, quasi alla paralisi, delle maggiori città italiane. Manuele Brizzi
Fonti:http://www.metroitaliane.it/index.html; http://www.ansa.it/infrastrutturetrasporti/notizie/rubriche/regioni/20080129172234582456.html
Video: http://it.youtube.com/watch?v=pKNxtncb4CU&feature=related
http://it.youtube.com/watch?v=tKXTZlMduiQ&feature=related
Tassare i BOT? Come donare i propri organi!
E' proprio vero: in Italia non si sa più che pesci prendere. Il tutto come conseguenza di decenni di politiche volte al brevissimo termine, al soddisfacimento degli interessi sezionali, delle lobbies e delle tasche di tutti i governanti e politici di ogni calibro. Il nostro paese non ha mai investito in tecnologia, fonti energetighe alternative e rinnovabili, in istruzione, in ricerca e sviluppo e in infrastrutture (eccetto alcune che negli anni '60 e '70 servivano da input per gli allora 4 grandi gruppi industriali italiani, oggi diventati fumo, eccetto l'Eni e forse la Pirelli).
Decenni di politiche sbagliate, di affossamento della giustizia, di cancellazione dei valori nazionali. Decenni di ladrocini, tangenti, clientelismi e di collusione con la Mafia.
Ecco il risultato: un debito pubblico che risulta il terzo nel mondo, e in particolare in un paese fragile come l'Italia. Un debito pubblico che in certi anni ha sfiorato il 127%, che oggi si trova più o meno al 106,8%, ovvero, tutto ciò che incassa ogni anno lo stato non è in grado nemmeno a pagarne gli interessi. L'evasione fiscale è elevatissima, si dice che sia perfino al 62%, e intanto il deficit è colmabile con il solo avanzo primario, costituito dagli introiti della bilancia commerciale, quando positiva (nel 2005 e nel 2006 è stata pure negativa), e dal tesoretto. Tutto ciò significa che il nostro debito pubblico è ormai così elevato che cresce da solo, grazie sia agli interessi che ai valori estremamente alti fissati sul rendimento dei BOT ventennali degli anni '80. Per sanare il debito quindi, data la sclerosi dei nostri politici datati e proiettati nel passato, come hanno sentenziato il New York Times e il The Times, si ricorre solo alla pressione fiscale e non all'investimento. Oggi a maggior ragione è ancra meno facile investire, data l'esiguità delle risorse. La ricetta del governo quindi? Tassare i BOT, che hanno oggi un rendimento quasi zero e che sono veramente in pochi a comprarli. Non solo, c'è anche l'inghippo: dopo l'opzione per il TFR, da lasciare presso l'azienda o in fondi pensione tramite BOT, molti hanno preferito la seconda chance, dato il forte indice di rischiosità che hanno le nostre aziende, quasi tutte medio-piccole o piccolissime, che subiscono i violenti scossoni della concorrenza dei paesi avanzati e dell'Oriente. Ora costoro si ritrovano, dopo aver compiuto una scelta quasi obbligata, con i propri "investimenti" tassati del 20%, il tutto come ricompensa nell'aver avuto il coraggio di aver fatto la carità ad uno stato fallimentare, retrogrado, obsoleto, cadavere e corrotto come il nostro. Ci sarebbe invece da fare un bel monumento a coloro che hanno acquistato i BOT di questo paese alla bancarotta. Ma con i BOT tassati del 20% lo Stato italiano si ritroverà con un debito pubblico addirittura in aumento, oltre ad allargare ancora la soglia di povertà ad altri italiani.
E78 Grosseto-Fano: un passo avanti
Lunedì 10 Dicembre 2007, dopo un lunghissimo tergiversare, si è tenuta l'inaugurazione dei 13 km del tronco Palazzo del Pero-Le Ville di Monterchi, appartenente all'itinerario E78, Grosseto-Fano, detto "Due Mari". L'inaugurazione, alla presenza del Presidente della Regione Toscana Claudio Martini, del Condirettore generale dell'ANAS Stefano Granati, del Presidente della Provincia di Arezzo Vincenzo Ceccarelli e del sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, chiude una vicissitudine durata ben 22 anni, al fine di completare un tratto di appena 13 km, attraverso l'apertura al traffico dei rimanenti 5,8 km, appartenente all'ambizioso progetto di costruzione del primo collegamento trasversale del Centro-Italia, che unisca Adriatico e Tirreno e quindi A14 e "Corridoio Tirrenico" ed Aurelia. Purtroppo gli altri lotti del tracciato di 270 km, al di là dei circa 120 aperti al traffico, sono oggetto o di progettazione definitiva o preliminare. Da Grosseto a Montorsaio sono in esercizio i primi 11 km della tratta Grosseto-Siena, ricavati dal raddoppio della SS223, oltre a brevi varianti. Oltre al lotto 11 è aperto pure il lotto 3, di appena 3 km. Il lotto 0, di giunzione tra la SS223, la Tangenziale Ovest di Siena e il raccordo Siena-Bettolle, è oggetto di progettazione preliminare, mentre il raccordo Siena-Bettolle A1, è stato completamente raddoppiato. Il tratto Rigomagno Monte San Savino probabilmente non verrà eseguito, mentre è allo studio la complanare alla A1, nel tratto Bettolle-Monte San Savino, dal percorso più lungo, ma molto più economico e meno impattante con il territorio, e che garantisce un'interconnessione naturale con l'Autostrada del Sole. Da Monte San Savino a San Zeno (Arezzo), sono da anni in esercizio 14 km, che verranno messi in sicurezza. Il tratto San Zeno-Palazzo del Pero, invece, è allo studio preliminare, dal momento che non sono stati ancora stanziati i fondi, nemmeno con la finanziaria 2008, per risolvere delle criticità annose, come il nodo di Olmo. Da Palazzo del Pero a Le Ville, sono in esercizio dal 10 Dicembre 2007 ben 13 km, riguardanti una delle zone morfologicamente più complesse, che hanno previsto l'eliminazione dell'uscita di Molin Nuovo. Da Le Ville a Selci-Lama, alla E45 e alla galleria della Guinza, al confine tra Umbria e Marche, nessuno dei 7 tracciati presentati hanno soddisfatto all'unanimità i comuni, con forti divari tra Toscana e Umbria. Dei 270 km della Grosseto-Fano, i 14 km umbri sono quelli che incidono di più sul futuro della superstrada, sia perché dovrebbero permettere l'attraversamento appenninico, sia perché sono quelli più indietro in termini di avanzamento. Nel versante marchigiano è allo studio definitivo il tratto Guinza-Mercatello sul Metauro, mentre il tratto Mercatello-Santo Stefano di Gaifa e ancora allo studio preliminare. Connessa alla Grosseto-Fano vi è anche la Bretella di Urbino, che deve essere ancra realizzata. Infine da Santo Stefano di Gaifa fino a Fano sono già in esercizio circa 30 km di superstrada, sino ad ora considerati "Raccordo Autostradale Fossombrone-Fano".
Ulteriori approfondimenti circa le caratteristiche tecniche del tratto di 13 km appena aperto al traffico sono rintracciabili alla sezione infrastrutture del blog, sotto la voce E45-E78. MB
Risparmio energetico: il caso di "Led City"
Il problema dell'energia sta diventando sempre più oneroso per il nostro paese, costretto ad importare combustibili fossili per produrre energia elettrica, per risaldare gli edifici e per movimentare un parco veicoli di quasi 35 milioni di unità. Le crisi petrolifere degli anni '70 hanno rappresentato una delle principali cause dell'incredibile indebitamento dello Stato italiano. Con il passare del tempo la situazione non è assolutamente migliorata, quando va bene il debito pubblico è pari al 106% sul PIL, inoltre l'Italia è il 7° produttore al mondo di energia, oltre che consumatore, e pure la 7° potenza economica, dopo USA, Giappone, Germania, Cina, Gran Bretagna e Francia.
Reperire le risorse per fare avviare le nostre centrali è difficile; gran parte della produzione energetica deriva da impianti termoelettrici, che utilizzano petrolio o metano, inoltre il fabbisogno italiano non è coperto interamente dalla produzione interna, per cui occorre importarne una parte. Tutto ciò significa che il nostro paese dipende da altri per poter funzionare e addirittura, utilizzando in maniera erronea l'elettricità d'importazione per movimentare le nostre centrali, basta la caduta di un ramo sulla linea principale, come si verificò nella notte del 28 settembre 2003, per generare un black-out completo su tutto il territorio nazionale.
I sistemi finalizzati al risparmio energetico sono svariati e tutti efficienti, solamente che l'Italia ha troppa paura ad utilizzarli, a causa della radicata presenza di interessi di parte e della cronica ignoranza del "volgo italiano". L'idrogeno, l'aria compressa, l'etanolo e le biomasse sono un esempio di materie rinnovabili da utilizzare, mentre altri metodi di produzione inesauribili sono l'energia eolica, solare, fotovoltaica e i led luminosi.
Torraca, un paesino di 1200 abitanti circa, in provincia di Salerno, ha adottato, attraverso fondi regionali, consistenti in un investimento di 280.000 euro, il cui rientro è previsto in 6 anni, un sistema di illuminazione pubblica a led. Strade, parchi, gallerie e piazze vengono illuminate da 700 punti luce che non sono lampade, ma un insieme di piccole lampade, azionate da un magnete, che assicurano un'ottima illuminazione, un risparmio energetico del 65%, una riduzione dei costi di manutenzione del 50% e addirittura una riduzione dell'inquinamento luminoso del 90%.
Sarebbe un ottimo spunto per i comuni italiani, al fine di ridurre la spesa in bilancio per l'illuminazione pubblica, di ridurre l'incidenza della dipendenza energetica sulla bilancia commerciale nazionale e al fine di compiere miglioramenti sul fronte della lotta all'inquinamento. MB
Fonte: Ansa